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Leggi gli articoli del Dott. Alberto Magnetti nel blog "Appuntamento con l'omeopatia".

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Un medicinale omeopatico agisce sull’espressione genica nelle cellule neuronali

In concomitanza con la giornata mondiale per la medicina omeopatica e dopo la pubblicazione dell’ennesimo lavoro contro la medicina omeopatica del National Health andMedical Research Council (Nhmrc) del Governo australiano si è acceso un vero e proprio dibattito. GregCope, portavoce dell’ Australian Homeopathic Association, ha espresso il suo totale disappunto nei riguardi del Nhmrc, annunciando che presenterà nuovi documenti e ricerche che proveranno l’efficacia dell’omeopatia.  

Intanto i noti blogger italiani più scettici e accaniti si sono scatenati contro la medicina di Hahnemann. Dalle oche sapienti ai ginecologi con molto tempo libero hanno tutti lavorato di sciabola e livore nel tentativo di screditare il lavoro serio di migliaia di medici.  

La miglior risposta da parte del mondo scientifico omeopatico è quella di continuare a proporre nuovi lavori a dimostazione dell'efficacia del paradigma omeopatico.  Ed è quello che farò oggi. 

Un nuovo studio del gruppo del prof. PaoloBellavite, del Dipartimento di Patologia e Diagnostica dell’Università diVerona, riporta un effetto del medicinale Gelsemium sempervirens sulle cellule neuronali in coltura.  

L’articolo, pubblicatosulla prestigiosa rivista “BMC Complementary Alternative Medicine” (open access) il 19 marzo,è intitolato “Extreme sensitivity of geneexpression in human SH-SY5Y neurocytes to ultra-low doses of Gelsemium sempervirens”.Autori, oltre a Bellavite, sono anche Marta Marzotto, Debora Olioso, PaolaTononi, Mirco Cristofoletti dell ’Università di Verona e Maurizio Brizzi,professore di Statistica all’Università di Bologna che ha compiuto indipendentemente i calcoli. La ricerca è frutto di un accordo dicollaborazione scientifica tra il Dipartimento universitario e Boiron.  

Il Gelsemium è una pianta tradizionalmente utilizzata in altediluizioni (dosi ultra-basse) nella cura di pazienti che, tra l’altro,presentano sintomi di ansietà e di stress.  

In precedenza, lo stesso gruppo veronese(con studi confermati da altri laboratori) aveva dimostrato che alte diluizionidi Gelsemium agiscono come “tranquillanti” in modelli sperimentali sul topo di laboratorio. Per cercare di capire il meccanismo d’azione, i ricercatori hanno utilizzato una potente tecnica di indagine, basata su un “microarray” in cui si può analizzarel’espressione di tutti i geni della cellula attraverso la quantità di RNA presente dopo il trattamento col medicinale oppure con una soluzione di controllo (“placebo”). Il modello sperimentale è stato quello di neuroni umani in coltura (una linea cellulare utilizzata spesso per questo tipo di studi, ma mai usata con diluizioni così alte). L’esposizione per 24 ore al Gelsemium 2CH (seconda diluizione centesimale omeopatica), che contiene una quantità piccolissima di principio attivo della pianta (precisamente 6.5 × 10-9 M di gelsemina), ha causato la diminuzione significativa dell’espressione di 49 geni (su un totaledi oltre 45.000 studiati!) facenti parte di diverse “famiglie” implicate nella trasmissione del segnale, nell’omeostasi del calcio e nella risposta infiammatoria. Tutto ciò rappresenta una prima identificazione di quelli che potrebbero essere i meccanismi coinvolti nei molteplici effetti terapeutici di tale rimedio . 

Un altro lavoro dello stesso gruppo, pubblicato dalla rivista “Journal of Ethnopharmacology”, ha confermato la generale riduzione di espressione genica da parte della stessa pianta eposto in luce un ulteriore gene coinvolto nella regolazione omeopatica, precisamente un recettore della prochinecitina, sostanza implicata nei meccanismi del dolore e dello stress. 

Mentre l’identificazione di ungruppo di geni sensibili al farmaco è comunque una novità, la cosa straordinaria è che, considerando tali geni “ultra-sensibili” al Gelsemium, una piccola ma significativa diminuzione globale di attività dei neuroni , coerente con un possibile effetto ansiolitico, è stata osservata anche con diluzioni sempre più alte (3CH, 4CH,5CH). I ricercatori si sono spinti fino alla 9CH e 30CH, in cui teoricamente a causa della diluizione ci sono pochissime (o nessuna nella 30CH) molecole del principio attivo. Naturalmente tale ricerca andrà approfondita, ma rappresenta una solida conferma del principio secondo cui la preparazione omeopatica mantiene l’“imprinting” dell’attività farmacologica delle sostanze naturali persino ad altissime diluizioni. È suggestivo sapere che il DNA dei neuroni umani è ultra-sensibile a tale tipo di regolazione.

 

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